In lingua napoletana un oggetto falsificato, ad esempio una borsa firmata, è chiamato “pezzotto” da cui deriva l’aggettivo “appezzottato”, cioè falsificato.
Ebbene, subito dopo l’occupazione del Regno delle Due Sicilie da parte del Regno di Sardegna, il regime italo-savoiardo, maestro nel falsificare la storia, aggiunse ai tanti anche ‘o pezzotto che oggi vi racconto.

Quell’epigrafe è come la griffe falsificata su un capo di alta moda venduto su una bancarella. Essa fu posta all’inizio della strada chiamata via Santa Maria a Cubito (una porzione di essa ancora conserva l’antico nome), che metteva in comunicazione Napoli con i comuni della zona a nord della città. L’area servita dalla nuova strada era a forte vocazione agricola e, dunque, la sua costruzione rappresentava una benedizione per i tanti che portavano i loro prodotti verso la capitale, prima costretti a percorrere lunghi, scomodi e tortuosi sentieri. Un’opera pubblica di grande valore, insomma, che giungeva addirittura fino alla Terra di Lavoro, l’attuale provincia di Caserta.

Chi fece realizzare questa arteria che facilitava la vita di tante comunità? I Borbone Due Sicilie.
Ma l’inaugurazione ufficiale si tenne nel 1861, quando Napoli era già stata inglobata forzatamente nell’illegittimo Regno d’Italia. E così il nuovo regime, a caccia di consenso, fece apporre quell’epigrafe dal tronfio testo latino che ignorava i veri artefici dell’opera, proprio come un marchio falso, per pavoneggiarsi con un’opera pubblica di grande utilità economico-sociale che non aveva progettato, non aveva finanziato, non aveva costruito.
un sopruso fra mille altri, che molti, troppi, negano ancora.
RispondiEliminaPasso dopo passo ci riappropriamo della nostra dignità, identità e indipendenza sottratteci.
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