Si tratta di: San Teobaldo eremita, Beato Michele della corona, San Parisio eremita, San Benedetto martire, San Giovanni martire, San Matteo martire, Sant’Isacco martire, tutti monaci camaldolesi.
Di questi quattro martiri, Benedetto da Benevento e Giovanni avevano conosciuto sia San Romualdo (953 ca. – 1027) che San Bruno Bonifacio di Querfurt (974 ca. - 1009). Essi erano partiti come missionari per la Polonia, dove avevano fondato un eremo ed accolto quali novizi due fratelli polacchi: Matteo e Isacco, gli altri due martiri raffigurati. Nel 1003 tutti e quattro, più il cuoco di nome Cristino, furono uccisi da ladri penetrati nell'eremo. Bruno di Querfurt, che terminerà la sua vita col martirio sei anni dopo, ne scrisse nel 1008 la storia: Vita quinque fratrum eremitarum [seu] Vita vel Passio Benedicti et Johannis sociorumque suorum.
Queste opere, per lungo tempo ritenute di Antiveduto Gramatica (1571-1626), grazie ad uno studio degli anni novanta (Lucilla Conigliello, 1995) sono state attribuite al pittore camaldolese Venanzio l’Eremita, che è autore anche di altri dipinti, alcuni dei quali nell’eremo di Camaldoli (Arezzo) e nell’Abbazia di Montecassino.
Nel Regno di Napoli vi erano ben otto comunità camaldolesi, sei delle quali del ramo di Monte Corona, una riforma dell’ordine nata nel 1520 cui apparteneva quella napoletana (si veda l'articolo "Una storia camaldolese" in questo blog).
Avere tredici opere a Napoli di Venanzio l’Eremita, questa misteriosa figura di monaco artista, tra cui la straordinaria serie di sette ritratti a mezzobusto dal crudo realismo, appare un ulteriore elemento di ricchezza storica della città.
Stemma della Congregazione degli Eremiti Camaldolesi di Monte Corona (Napoli, pavimento del refettorio dell'eremo). |
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