La Basilica di Santa Restituta, risalente al IV secolo e alla quale si accede dal Duomo di
Napoli, è sede del Capitolo dei Canonici della Cattedrale. Ad essi è legata
una splendida storia di resistenza nonviolenta all’occupazione e annessione del
Regno delle Due Sicilie.
Il 5 maggio 1862, Vittorio Emanuele II si era recato in visita al Duomo
con la motivazione ufficiale di voler venerare San Gennaro. Ma l’evento, da operazione
di propaganda, si trasformò in un clamoroso avvenimento controproducente,
grazie alla coraggiosa azione dei canonici della cattedrale: si assentarono in
massa al momento della visita.
Il giorno 11 il “Ministro di grazia e giustizia e de’ culti”, il napoletano Raffaele
Conforti che era stato l’organizzatore del plebiscito truccato, chiedeva al
Supremo Consiglio Amministrativo di Napoli di pronunciarsi contro il Capitolo
della Cattedrale.
Nella causa, Raffaele Conforti, che vedeva nell’episodio l’ennesimo
esempio di un atteggiamento apertamente e ripetutamente ostile del Capitolo
all’autorità costituita, era rappresentato dal deputato Antonio Ranieri, un
altro napoletano, mentre gli intrepidi canonici lo erano dal Vicario mons.
Giuseppe Tipaldi. L’Arcivescovo Cardinale Sisto Riario Sforza era già stato
mandato in esilio: questa circostanza fu decisiva nell’iniziativa assunta dai
canonici.
Il Questore di Napoli, Carlo Aveta, nel suo rapporto scriveva: “il giorno in
cui Sua Maestà recossi a visitare il Santo Protettore di questa Città, io fui
sollecito a darne prevenzione al signor Vicario capitolare, non senza invitarlo
a voler disporre che l’augusta persona del Re fosse convenientemente ricevuta
in Chiesa”. Mons. Tipaldi rispose che avrebbe fatto trovare il Duomo aperto ma
che, non essendoci il Cardinale, non era compito del Capitolo della Cattedrale
riceve il Re. E infatti: “niuno de’ Canonici era presente in Chiesa a fare
accoglienza all’augusto Sovrano”, scrisse il Questore.
Come andò a finire?
Il 3 giugno 1862 ci fu una lunga requisitoria del Pubblico Ministero
Antonio Ranieri e, quindi, la sentenza con la quale il Supremo Consiglio
Amministrativo di Napoli, dichiarata la colpevolezza, disponeva il sequestro
per un anno delle “temporalità”, cioè dei beni, “a tutt’i Componenti del Capitolo della Cattedrale” e la pubblicazione a
mezzo stampa della sentenza stessa. Ma fu un altro scivolone del regime: perché,
per screditare il Capitolo con la pubblicazione della sentenza, la gretta immagine
di Vittorio Emanuele e dei suoi gregari locali fu apertamente messa a confronto
con la luminosa dignità di quanti resistevano come potevano all’occupazione.
Del resto, il saccheggio dei beni ecclesiastici fu una delle note
caratteristiche con cui il regime occupante dette subito sfogo alle brame di
ricchezza, per le quali aveva mosso guerra alla nostra terra.
Un anonimo cronista realizzò una massiccia compilazione fatta di
manoscritti, ritagli e pagine a stampa, sotto il nome di «Memorie e
documenti per la storia del Reame delle Due Sicilie», divisa in corposi
capitoli. Nell'XI di essi, tra le tante carte intorno alla persecuzione della
Chiesa, c’è un testo a stampa che rammenta un atto di Francesco II datato
Albano 1 settembre 1862*.
Dall’esilio, dunque, egli:
«dichiara nulle, arbitrarie, immorali, e di niun effetto tutte le vendite e
le alienazioni de’ beni appartenenti al sacro patrimonio della Chiesa, e
corporazioni pie, e religiose (che è pure il patrimonio dell’indigente, dello
orfano, dello infermo, della vedova, e che è formato dalle libere disposizioni
dei privati); - e dichiara altresì nulle le altre vendite de’ beni della Real
Casa Borbonica».
Rubare alla Chiesa è rubare all’indigente: è il concetto con cui Francesco esprime l’indissolubile connessione tra comunità cristiana e servizio ai poveri. La disposizione si inseriva nella questione della tracotante confisca dei beni da parte del neonato Regno d’Italia. Considerando che Francesco II non aveva mai abdicato né acconsentito ad alcun trasferimento di potere in favore dei Savoia, essa, oltre a costituire un’ammirevole testimonianza di fede, di fatto sul piano giuridico possedeva – seppur inascoltata - la sua efficacia.
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