01/05/26

Capitolo chiuso

La Basilica di Santa Restituta, risalente al IV secolo e alla quale si accede dal Duomo di Napoli, è sede del Capitolo dei Canonici della Cattedrale. Ad essi è legata una splendida storia di resistenza nonviolenta all’occupazione e annessione del Regno delle Due Sicilie.

Il 5 maggio 1862, Vittorio Emanuele II si era recato in visita al Duomo con la motivazione ufficiale di voler venerare San Gennaro. Ma l’evento, da operazione di propaganda, si trasformò in un clamoroso avvenimento controproducente, grazie alla coraggiosa azione dei canonici della cattedrale: si assentarono in massa al momento della visita.

Il giorno 11 il “Ministro di grazia e giustizia e de’ culti”, il napoletano Raffaele Conforti che era stato l’organizzatore del plebiscito truccato, chiedeva al Supremo Consiglio Amministrativo di Napoli di pronunciarsi contro il Capitolo della Cattedrale.

Nella causa, Raffaele Conforti, che vedeva nell’episodio l’ennesimo esempio di un atteggiamento apertamente e ripetutamente ostile del Capitolo all’autorità costituita, era rappresentato dal deputato Antonio Ranieri, un altro napoletano, mentre gli intrepidi canonici lo erano dal Vicario mons. Giuseppe Tipaldi. L’Arcivescovo Cardinale Sisto Riario Sforza era già stato mandato in esilio: questa circostanza fu decisiva nell’iniziativa assunta dai canonici.

Il Questore di Napoli, Carlo Aveta, nel suo rapporto scriveva: “il giorno in cui Sua Maestà recossi a visitare il Santo Protettore di questa Città, io fui sollecito a darne prevenzione al signor Vicario capitolare, non senza invitarlo a voler disporre che l’augusta persona del Re fosse convenientemente ricevuta in Chiesa”. Mons. Tipaldi rispose che avrebbe fatto trovare il Duomo aperto ma che, non essendoci il Cardinale, non era compito del Capitolo della Cattedrale riceve il Re. E infatti: “niuno de’ Canonici era presente in Chiesa a fare accoglienza all’augusto Sovrano”, scrisse il Questore.

Avviata la procedura innanzi al Supremo Consiglio, il Vicario poté correttamente argomentare che “per noi non fu che inabilità precisa, sorgente dai canoni, e dagli usi della Chiesa, in cui la nostra volontà non ebbe, né poteva aver parte alcuna” (risposta di mons. Tipaldi al Consigliere Relatore Lauria, 24 maggio 1862). L’inabilità canonica del Capitolo ad assumere qualsiasi rappresentanza in assenza del Vescovo era stata fatta presente al Questore e perciò – riferiva il Vicario Tipaldi - nulla poteva essere imputato a quel consesso. In pratica faceva notare che il regime si era dato la zappa sui piedi!

Come andò a finire?

Il 3 giugno 1862 ci fu una lunga requisitoria del Pubblico Ministero Antonio Ranieri e, quindi, la sentenza con la quale il Supremo Consiglio Amministrativo di Napoli, dichiarata la colpevolezza, disponeva il sequestro per un anno delle “temporalità”, cioè dei beni, “a tutt’i Componenti del Capitolo della Cattedrale” e la pubblicazione a mezzo stampa della sentenza stessa. Ma fu un altro scivolone del regime: perché, per screditare il Capitolo con la pubblicazione della sentenza, la gretta immagine di Vittorio Emanuele e dei suoi gregari locali fu apertamente messa a confronto con la luminosa dignità di quanti resistevano come potevano all’occupazione.

Del resto, il saccheggio dei beni ecclesiastici fu una delle note caratteristiche con cui il regime occupante dette subito sfogo alle brame di ricchezza, per le quali aveva mosso guerra alla nostra terra.

Un anonimo cronista realizzò una massiccia compilazione fatta di manoscritti, ritagli e pagine a stampa, sotto il nome di «Memorie e documenti per la storia del Reame delle Due Sicilie», divisa in corposi capitoli. Nell'XI di essi, tra le tante carte intorno alla persecuzione della Chiesa, c’è un testo a stampa che rammenta un atto di Francesco II datato Albano 1 settembre 1862*.

Dall’esilio, dunque, egli:

«dichiara nulle, arbitrarie, immorali, e di niun effetto tutte le vendite e le alienazioni de’ beni appartenenti al sacro patrimonio della Chiesa, e corporazioni pie, e religiose (che è pure il patrimonio dell’indigente, dello orfano, dello infermo, della vedova, e che è formato dalle libere disposizioni dei privati); - e dichiara altresì nulle le altre vendite de’ beni della Real Casa Borbonica».

Rubare alla Chiesa è rubare all’indigente: è il concetto con cui Francesco esprime l’indissolubile connessione tra comunità cristiana e servizio ai poveri. La disposizione si inseriva nella questione della tracotante confisca dei beni da parte del neonato Regno d’Italia. Considerando che Francesco II non aveva mai abdicato né acconsentito ad alcun trasferimento di potere in favore dei Savoia, essa, oltre a costituire un’ammirevole testimonianza di fede, di fatto sul piano giuridico possedeva – seppur inascoltata - la sua efficacia.

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Archivio di Stato di Napoli, Archivio Borbone, Carte del Re Francesco II da Gaeta all’esilio, Cronache e manoscritti, b. 1696, c. 174 v.

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